Il blog di un emigrante napoletano innamorato del Sud

Chi resta e chi va… quando emigrare significa lavoro ma non felicità.

Chi resta e chi va… quando emigrare significa lavoro ma non felicità.

Nella mia vita precedente sono stato un giovane ragazzo della periferia napoletana, proveniente da una famiglia modesta, ricca di valori ma tutt’altro che agiata, senza alcun santo in paradiso e senza tanta voglia di chiedere favori. Ero quindi consapevolmente predestinato a finire morto di fame o a scappare via da Napoli e meglio ancora dall’Italia. E’ con questa consapevolezza che tirando un po’ il carro per la scesa, tra un lavoretto e un altro, ho fatto il mio tradizionale corso di studi. Nessuna grande scuola d’eccellenza ma ho inseguito i miei obiettivi ottenendo il famoso pezzo di carta. Liceo classico, laurea magistrale in scienze politiche, un Master… sacrifici e sudore per inseguire una formazione che tanti ragazzi come me si sognano e/o forse nemmeno prendono in considerazione. E poi i tirocini, pagati poco o per nulla, le esperienze all’estero, i corsi di lingue. Merito anche della provvidenza e di qualcuno che da lassù mi ha sicuramente sostenuto.

Ebbene nulla tutto questo è servito per farmi strada in Italia e in particolare al centro-sud, nessuna porta, finestra si è aperta per concedermi una minima sbirciata nel mondo del lavoro, quello vero. E non si può dire che non ci abbia provato ma più andavo avanti e più mi rendevo conto che le mie aspettative diminuivano. Ho mandato curriculum, ho fatto colloqui ottenendo qualche offerta per qualche lavoro precario sottopagato e totalmente fuori dalle mie aspirazioni. E in questo contesto che ho deciso più volte di partire come di ritornare anche, e infine di trasferirmi a Londra a tempo indeterminato. Non inizierò col solito piagnisteo sull’Italia benigna e matrigna, d’altronde la mia è la storia di qualche altro migliaio di ragazzi e ragazze. Anche perchè mi rendo conto che tra queste storie la mia è quella di qualcuno che può considerarsi fortunato.

Emigrare e riuscire a costruirsi un di futuro all’estero rappresenta senza dubbio un modello di successo, soprattutto rispetto a chi avrebbe voluto emigrare e non c’è riuscito, o chi non ha mai pensato di partire e ha abbracciato una vita di stenti costretto a restare al sud. Da questo punto di vista mi considero infatti un privilegiato dal punto di vista economico e professionale, mentre chi con meno chances ha attraversato, e continua ad attraversare, l’eterna crisi italiana. Tutto questo però ha richiesto, e richiede sacrifici e pazienza, eppure agli occhi di chi resta l’emigrante è l’esempio di chi ha scelto la strada più facile, più soddisfacente e meno complicata. In parte è vero che emigrare può permetterti di realizzarti, di andare avanti senza chiedere favori, di fare carriera anche se non hai raccomandazioni, di avere stipendi adeguati al tuo lavoro, di usufruire di servizi spesso molto più avanzati che nel Mezzogiorno.Così in questa guerra moderna tra poveri, che ha distrutto una generazione l’emigrante del 2000 diventa una sorta di disertore che ha abbandonato il campo per salvare se stesso.

Vedo la gelosia di chi continuamente mi “dice beato te te ne sei andato”. La leggo sulle facce della gente la rabbia e il rancore per come sono trattati, e la loro invidia per chi è partito per chi codardamente avrebbe rinunciato alla propria terra. Un po’ sollevato per essere scampato a quel limbo in cui sarei sprofondato penso tra me e me che in fondo anch’io la guerra non ho mai smesso di combatterla ma ho solo scelto un fronte diverso. A chi potrebbe invidiarmi o biasimarmi vorrei spiegare che non c’è nulla di semplice nell’emigrare e il lavoro, che tanto nobilita l’uomo a volte non basta a vivere appieno la propria vita. E se è vero che non si vive senza lavoro, è altrettanto vero che nè si può vivere solo di esso, che è poi la condizione che in cui mi ritrovo oggi. Una vita di lavoro e nient’altro.

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Per questo a volte sono io che invidio chi ha deciso di restare, chi non è partito ma ogni giorno contribuisce al Meridione in particolare. Invidio chi è riuscito a restare al sud perchè con tutte le difficoltà e con tutti problemi va avanti. Sono loro che non sono scappati i coraggiosi e forse più forti o furbi, che hanno capito, a differenza mia, come districarsi e andare avanti pur di non abbandonare e godere di quel paradiso e inferno mescolati insieme in terra. Io non ce l’ho avuto quel carattere per poter fare sforzi immani e vedere poi “figli di” mangiarsi tutte le briciole. Ci ho rinuniciato ma non mi sento di aver vinto. Dopo qualche tempo si finisce per perdere il senso di una vita spesa a lavorare altrove lontano da casa e dagli affetti; lontani dalle proprie radici quale soddisfazione può dare guadagnare soltanto? Eppure nello stesso tempo fino a quando si può accettare di vivere sopravvivendo senza lavoro e futuro? La realtà è che chi resta e chi va, siamo in fondo due facce della stessa medaglia per chi nasce povero meridionale e ha solo due opzioni, scegliere se sbarcare il lunario in patria o lavorare rinunciando ad una parte di se stessi e andare via.


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