Il blog di un emigrante napoletano innamorato del Sud

Il Mezzogiorno secondo Svimez a 10 anni dalla crisi mai finita.

Il Mezzogiorno secondo Svimez a 10 anni dalla crisi mai finita.

La presentazione del rapporto SVIMEZ è un momento importante dell’anno che ha un non so che di straordinario. Un unicum nella vita politica italiana con al centro il Mezzogiorno, che si ripete, con gli stessi riti pubblici e cerimonie istituzionali. Analisi socio-politiche, studi statistici e teorie macroeconomiche a supporto di un lavoro scientifico sul Mezzogiorno di altissimo livello. Materiale importantissimo che dipinge le condizioni di vita di milioni di persone che per un giorno sono presi in considerazione dagli organi di informazione.

Il Rapporto 2018 “L’economia e la società del Mezzogiorno”, presentato alla Camera dei Deputati, offre come sempre moltissime informazioni sullo stato del Sud Italia oltre ad importanti spunti di riflessione sul suo futuro. A dieci anni dalla crisi che ha travolto il mondo nel 2008 il documento ha lanciato allarmi importanti sul Mezzogiorno, stritolato nella sempre più grave questione meridionale. Purtroppo il tema continua a restare marginale nel dibattito politico ma si intravedono spiragli.

Allarme SUD

La SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, istituita nel 1946, è l’ultimo avamposto culturale della più proficua stagione del meridionalismo italiano. Un vero e proprio think tank meridionalista. Uno dei pochi autorevoli soggetti in grado di interpretare la realtà del Mezzogiorno ed elaborare proposte ed idee favorevoli a milioni di italiani del sud.

Approfondendo ci si rende conto che lo le condizioni del malato sono peggiori di quanti appaiono. Un quadro negativo che si riproduce ogni anno con gli stessi caratteri emergenziali. E’ vero che si ha un po’ la sensazione di ascoltare gli stessi argomenti, rivedere lo stesso film sulle arcinote cause ed effetti dei ritardi del mezzogiorno. Allora si è risolta la questione meridionale rimuovendola semplicemente dall’attualità e nascondendola sotto il tappeto. Il risultato è che decenni di inerzia hanno finito per far incancrenire i problemi storici del meridione, finendo per ampliare il divario Nord-Sud nell’indifferenza generale.

Alcuni dati, più ombre che luci.

Se guardiamo nei dettagli il quadro che ne viene fuori è di un Sud drammaticamente tagliato fuori dal resto del Paese. Un parte d’Italia che in particolare dalla crisi del 2008 è stata completamente abbandonata a se stessa. Un dato, a 10 anni dalla grande crisi il PIL del mezzogiorno è ancora inferiore del 10% rispetto al 2007; oltre la metà di quello registrato nel Centro-Nord (-4,1%). In un territorio bisognoso di investimenti, la spesa pubblica si è contratta cumulativamente , tra il 2008 e il 2017, del -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese. Consumi al palo, 67,4% di quelli del Centro-Nord, erano il 71,2% nel 2007 (-3.8%).

Nel periodo 2007-2017 ridotti di oltre un quarto in termini cumulati (-26,1%) gli investimenti industriali, -15,2% nel centro-nord. Particolarmente grave l’industria manifatturiera, già di per se debole, contratta cumulativamente nel periodo 2008-2017 del -24,7% in termini di prodotto (-7,7% nel centro-nord). Lievi e deboli risultati positivi degli ultimi anni, trainati innanzitutto dalla precaria ripresa internazionale, appaiono ancora del tutto insufficienti a colmare il grave gap con il resto del Paese. Per il 2018 la Svimez prevede una crescita del PIL all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno.

Malissimo anche l’occupazione. A metà 2018, al Mezzogiorno mancano all’appello 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008. Mentre nel Centro-Nord l’ccupazione cresce di +382 mila unità con un tasso di occupazione che al contrario del sud, ha raggiunto i livelli pre-crisi (65,9%). La Svimez certifica che a peggiorare, oltre alla quantità è anche la qualità del lavoro. Il lieve incremento al sud di 71 mila unità, +1,2% è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%). Cresce inoltre il part-time involontario. La disoccupazione ufficiale ha raggiunto il 19,4% circa 1,5 milioni, (era il 12,0% nel 2008). A questo dato però sfuggono ben 1,8 milioni di persone che un lavoro non lo cercano nemmeno più. Se fosse contabilizzati, il tasso di disoccupazione reale sale quindi ad un drammatico 29,7%.

Giovani ed emigrazione. Una frattura generazionale.

A pagare sono soprattutto i giovani. Solo poco più di un giovane su quattro è al lavoro e la povertà colpisce sopratutto gli under 35. Sempre meno opportunità e mancanza di servizi costringono migliaia di giovani a scappare. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 183 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero. In un’Italia che perde popolazione, il sud è la parte che soffre di più in termini demografici. Il sud ha perso 145 mila abitanti solo nel biennio 2016-2017, una città di medie dimensioni. A questi si aggiungono pendolari a lungo raggio che pur residenti al sud lavorano al centro-nord o all’estero. Il fenomeno coinvolge nel 2017 162 mila meridionali, per oltre 40% under 35enni e per oltre il 30% laureati.

L’emigrazione giovanile comporta un innalzamento dell’età media e sopratutto un depauperamento del tessuto sociale e professionale. Uno spostamento di capitale umano tutto a vantaggio del nord. E’ sintomatica ad esempio la scelta di emigrare ancora prima di completare degli studi. Nell’anno accademico 2016/2017, 175 mila studenti meridionali hanno scelto di studiare in un Ateneo del Centro-Nord. Svimez ha stimato tale movimento in un flusso di risorse da sud a nord stimate in circa 3 miliardi di euro.

Prospettive e Reddito di Cittadinanza

Il Rapporto conferma che quasi 2,4 milioni di poveri sui 5 milioni registrati in Italia sono al Sud (8,4% dell’intera popolazione in Italia e l’11,4% al Sud). Non stupisce quindi l’impatto positivo che potrà avere una misura come il Reddito di Cittadinanza e quota 100 in temini di welfare e di crescita di opportunità lavoro. Si prevedono infatti circa 3 decimi di punto in più nel 2019 e di poco più di quattro nel 2020. In realtà sono molti campi in cui intervenire (Servizi pubblici, abbandono scolastico, pubblica amministrazione, politica industriale). Gli spunti sono molti, per chi volesse appronfodire può trovare qui il link al documento di sintesi. Credo che bastino queste righe per rappresentare l’emergenza che vive il Mezzogiorno ed è indubbio che questo richieda molteplici interventi straordinari. Si attende quindi un cambiamento in positivo a livello governativo nell’approccio alla questione. Il reddito di cittadinanza, e la clausula del 34% vanno in questa direzione, ma possono non bastare. I dubbi restano tanti e i problemi sono dietro l’angolo (vedi “federalismo differenziato”).

Sui fondi Europei

A conclusione, una riflessione merita l’utilizzo dei cosiddetti fondi europei. Risorse del budget dell’UE attribuite all’Italia nell’ambito della politica di coesione. Le regioni meridionali sono le principali destinatarie di questi fondi, come sappiamo, le quali da sole non riescono però a centrare obiettivi di qualità e quantità della spesa. Anche per la programmazione 2014-2020 si rilevano notevoli problemi e ritardi, con rischi sempre maggiori di dover restitutire le somme. Su un totale di 55 miliardi, per i 32 miliardi destinati al sud gli impegni non arrivano a 1,7 miliardi mentre i pagamenti ammontano a circa 320 milioni. Ma perchè non si spendono? Quali sono le cause? Certamente molteplici e da condividere tra moltissimi attori. Nonostante il neo ministro del Sud, Barbara Lezzi, stia provando a metterci una pezza è chiaro che il sistema è fallimentare per tutti.

Bisogna considerare che queste risorse sono di vitale importanza per un Mezzogiorno in agonia. Tra mancanza di liquidità, credit-crunch e contrazione degli investimenti ogni euro è necessario. Ora, benchè tali fondi siano gestiti dall’UE, bisogna ricordare che nei fatti si tratta di risorse italiane a valere sul contributo che l’Italia paga in quanto stato membro dell’UE. Una partita di giro in cui i soldi, anche meridionali, viaggiano da Roma a Bruxelles e quindi alle autorità locali. Il sud si trova nel paradosso di dover chiedere all’UE soldi propri, sottoposti alla duplice farraginosità burocratica italiana e poi europea.

La domanda è perchè si sia messo in piedi un sistema doppiamente complesso che rallenta e complica la spesa. A vantaggio di cosa? Non di certo a favore del sud. Sarebbe molto più semplice se il trasferimento delle risorse fosse direttamente gestito dall’Italia? Le amministrazioni del sud potrebbero direttamente attingere a quei fondi con procedure più rapide ed efficaci e soprattutto non si rischierebbe di dover restituire nulla. In fondo la complessità nella spesa non evita abusi e frodi mentre il principio di coesione europea diventa sempre più una parola astratta.


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